I SALESIANI AD ARBOREA
TRA OPERA PASTORALE E LOTTE AGRARIE (1936 – 1955)
1. Preambolo
Perché una relazione sui Salesiani ad Arborea?
In linea generale perché in una comunità di formazione recente come la nostra questi sacerdoti. appartenenti, come è noto, ad una Congregazione ben strutturata e dotata di spiritualità, cultura e linea educativa ben precise grazie all’impostazione ricevuta dal fonore, San Giovanni Bosco, hanno saputo incidere in modo duraturo sul suo modo di costituirsi.
Nulla di più pertinente dunque in un momento di emergenza, quando l’identità stessa di Arborea viene messa in discussione a causa della loro paventata partenza dalla bonifica, che essi hanno fecondato con la loro opera.
I sacerdoti di don Bosco si sono veramente incarnati nel respiro spirituale e produttivo di questa comunità.
Vediamo dunque di delineare nel modo più documentato possibile le tappe di questo processo, si può proprio dirlo, di inculturazione.
2. L’arrivo dei Salesiani a Mussolinia.
Intanto precisiamo che la presenza di sacerdoti salesiani in bonifica era quanto mai funzionale alle esigenze dei vari soggetti in gioco nella plaga terralbese appena dissodata (a partire dal 1919): una popolazione disgregata per provenienza e mentalità differenziate doveva essere amalgamata in comunità omogenea nei riferimenti affettivi, culturali ed economici, per ordinarsi in una civiltà del lavoro insieme innovativa per la Sardegna e sostenuta da terragne consuetudini.
E la Società Bonifiche Sarde, prima proprietà della Banca Commerciale Italiana, poi, negli anni ’30 dell’I.R.I. (d’ora in poi Società o S.B.S.), precisamente questo esito si attendeva dall’arrivo dei sacerdoti salesiani.
Si trattava insomma di introdurre molto di più della presenza di singole figure di preti, che di per sé avevano già operato in bonifica in particolare dal 1929, anno di costituzione della nuova Parrocchia: il ricorso ai Salesiani voleva dire l’intervento di religiosi guidati da una coerente impronta educativa, forgiati com’erano stati da don Bosco nella Torino operaia di metà ‘800 e tuttora più che mai impegnati nelle loro scuole di formazione professionale diffuse in tutti i continenti.
Non per nulla “Brigata Mussolinia”, il mensile finanziato tra il ’34 e il ’38 dalla S.B.S. e diretto da un suo funzionario, l’ingegner Chiardola, , nel numero del gennaio 1936, celebrando l’arrivo in avanscoperta dei primi due sacerdoti salesiani, li esalta come forgiatori della vita materiale oltre che, s’intende, spirituale della gioventù, come era dimostrato, scrive, dal fatto che hanno saputo produrre nel mondo colonie agricole e fior di artigiani. E non a torto, se è vero, per esempio, che Don Giuseppe Piemontese, il secondo e più duraturo parroco salesiano (dal 1937 al 1953), pugliese di Rignano Garganico in quel di Foggia, ha alle spalle due esperienze romane prima come assistente degli artigiani e poi nell’Istituto Pio XI – Scuole professionali e tecniche di tipo industriale.
Forse anche per questo curriculum i quindici anni del suo ministero di Direttore della Casa salesiana e di Parroco risultano ancora nella nostra memoria collettiva come anni fondanti, decisivi per la costruzione della interiore coerenza della nostra comunità. Del resto egli vi si buttò anima e corpo. C’è ancora chi ricorda sorridendo il proprio sbigottimento di bambina, quando lo udiva tuonare in piena chiesa sui fedeli apostrofandoli come “mascalzoni”: magari si trattava semplicemente di stigmatizzare qualche padre di famiglia che il sabato sera era tornato a casa un po’ ciucco. Ma l’uomo era così. Ed era amato. [Questa irruenza ardente e sincera deve essergli rimasta fino alla fine, se a Roma, dove terminò i propri giorni, i suoi superiori nel biglietto di partecipazione al lutto per la sua dipartita non hanno trovato niente di più calzante di una brevissima memoria del nostro dott. Vincenzo Giordano, il quale vi scrive: “Il suo carattere impetuoso, risoluto, pronto e deciso a tutto ma sempre ardente di carità, la sua sete di giustizia, il suo dinamismo, il suo coraggio e la sua intolleranza per tutte le forme di ipocrisia, il suo profondo senso della vita e il suo rigore morale costituivano la struttura profonda del buon soldato di Cristo, che diventa salvatore e trascinatore di uomini”].
L’ apostolato salesiano nell’allora Mussolinia di Sardegna non poteva dunque non nascere in perfetta coerenza a con le attese della direzione dell’azienda. I segnali di sintonia tra le due parti risultano molteplici: basta rivolgersi alla stampa dell’epoca.
Così l’Osservatore Romano del 4 febbraio 1936 (data segnata a penna sul ritaglio del giornale allegato al “Libro storico della Parrocchia di Arborea”) riferisce: “Il sig. Casini, Presidente della Società Bonifiche Sarde, e tutti gli altri impiegati della stessa benemerita Società andarono a gara per ripulire la chiesa…Alle ore 10 e mezzo precise esce il nuovo parroco dalla canonica accompagnato da tutte le autorità al completo”.
Quali autorità? Ma quelle stesse che avevano fatto a gara nella preliminare pulizia dell’edificio di culto. Cioè lo stato maggiore della Società al completo, sebbene articolato nelle diverse parti che si assegnava nella conduzione dell’opera di bonifica: il presidente Casini nel suo ruolo proprio, il dott. Agnetti, direttore della Società, in quanto podestà. E le gerarchie fasciste locali con tanto di militi e di gioventù paramilitare. Il quotidiano della Santa Sede non sbaglia, quando evidenzia sul piano della cronaca questa simbiosi tra azienda e Salesiani nell’allora Mussolinia di Sardegna. Un dettaglio che conferma il clima assolutamente positivo è il telegramma augurale inviato nel gennaio del ‘36 alla Casa generalizia di Torino da Don Ripoli e Don Valle appena giunti nella loro nuova parrocchia: ebbene, l’ing. Casini è ben lieto di aggiungere la propria firma a quella dei due sacerdoti.
Contemporaneamente Casini spedisce all’allora ministro della cultura Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon ( il baffuto quadrunviro chiamato in quegli anni a reggere il Ministero dell’Educazione Nazionale, non saprei in virtù di quali titoli, forse per stemperare i rigori della recente riforma Gentile), un telegramma, in cui ringrazia per il personale interessamento nell’invio dei Salesiani in bonifica. Ma Casini non si limita a pulire la chiesa e ad inviare telegrammi: la documentazione presente nell’archivio parrocchiale attesta una qualche larghezza della Società verso la Chiesa in genere e verso i Salesiani in arrivo nella piana appena bonificata. Quanto al primo aspetto possiamo leggere tuttora il telegramma di ringraziamento che già il 29 aprile 1933, dunque appena diventato presidente S.B.S., Casini si è meritato dal Cardinale Pacelli, Segretario di Stato vaticano e Papa di lì a sei anni, per aver donato 1500 lire ( di allora!) come contributo ad una non meglio precisata “Crociata della carità”.
Con la Parrocchia sarda ormai affidata ai Salesiani la S.B.S. largheggia , come si deduce da una nota a firma autografa del parroco Don Gasbarri del 30 agosto 1936, secondo la quale alla vigilia della presa di possesso della sede furono eseguiti a spese della Azienda sia “lavori ex novo” sia “riparazioni quali il Battistero e il Sacrario, il Pulpito, la riparazione del tetto e del campanile, la manutenzione a carico dell’Azienda del giardino annesso alla casa parrocchiale, nonché il regalo di una casa rustica, pur non compresa nel contratto”.
Non solo. La S.B.S., ricorrendo alle proprie aderenze romane, si premura di far ottenere e soprattutto di affrettare la concessione delle congrue di legge per la sussistenza di parroco e viceparroco sulla base del “Fondo Sardegna”: tanta premura risulta da una lettera su carta intestata “Bonifiche Sarde”, sede di Roma, con cui in data 28 dicembre ’36 (naturalmente XIV [E.F.]) un solerte funzionario annunciava a Don Gasbarri che si era provveduto a presentare al. “Fondo per il culto” la documentazione per la concessione di quanto dovuto ai titolari della Parrocchia; anzi con uno sforzo davvero rimarchevole di immedesimazione nelle difficoltà in cui obbiettivamente si dibattevano i Salesiani in bonifica, si preoccupava di avvertire il Parroco che “dopo un anno dalla Sua nomina Ella può chiedere e ottenere un sussidio ad personam di £ 500 sul Fondo Clero sardo”: del resto sin dai tempi di Dolcetta (presidente della Società in versione Banca Commerciale) la S.B.S. era maestra nel captare in ogni piega del bilancio statale la sia pur minima opportunità di finanziamento pubblico; ed ora mette a frutto la propria quasi ventennale esperienza a favore del prediletto Parroco e dei suoi confratelli.
Non basta. Sempre da Roma l’Azienda il 15 maggio 1937 sollecitamente comunica al“Caro Padre” che “ il decreto è già stato fatto ed è alla Corte dei Conti in aspettativa di registrazione”. Vi si precisa che a partire dal 26 marzo dell’anno precedente il Parroco riceverà un supplemento di congrua di £ 1385 più £ 585 annue per spese di culto. Il biglietto si conclude con la confortante notizia che l’Ufficio per il Culto dal primo gennaio ’37 avrebbe elargito un supplemento di congrua di £ 2.090.
3. La neoparrocchia salesiana e l’istituzione di un aspirantato aperto ad allievi esterni
Quanto al succitato telegramma al ministro De Vecchi, il favore alla venuta in bonifica dei Salesiani da esso attribuita al Ministro si spingeva ben più in alto del tutto sommato grigio quadrunviro.
I Salesiani in realtà giungevano nel Terralbese per espressa volontà di Mussolini, che del resto proprio a metà di quegli stessi anni ’30 li aveva messi al centro anche dell’azione pastorale ed educativa rivolta all’immigrazione nelle paludi Pontine a loro volta fatte oggetto di bonifica integrale: forse la coincidenza si spiega anche col vissuto del dittatore romagnolo a suo tempo allievo delle scuole salesiane.
Fatto sta che dall’allora Mussolinia il 14 gennaio del ’36 l’avanguardia salesiana costituita da don Valle e da don Ripoli si premura di sottolineare la relazione speciale con Mussolini: ne è documento un dattiloscritto su carta intestata “Archidiocesi di Oristano. Parrocchia di Cristo Redentore”, che reca in alto questa nota scritta a penna: “Spedita ai giornali per la pubblicazione”.Il testo successivo in apertura recita: “ Per espressa volontà del Duce sono giunti da Roma i figli di San Giovanni Bosco, cotanto attesi”.
E i giornali rispecchiano questa indicazione. Ecco l’Osservatore Romano il 4 febbraio ’36 in una cronaca datata Oristano, debitamente ritagliata e conservata nell’archivio parrocchiale, riecheggiare con puntiglio: “Per volontà di S.E. il Capo del Governo dal mese di gennaio vi si trovano i Salesiani”.La superiore prudenza dell’organo di stampa della S. Sede attenua solo i toni, eliminando l’aggettivo “espressa” e facendo diventare il “ Duce” un più statutario “Capo del Governo”. E l’”Avvenire d’Italia” del 3 settembre dello stesso anno, un po’ tardi in verità, ripeterà la formula soft escogitata dall’”Osservatore”. “Brigata Mussolinia” invece, finanziata com’è dalla S.B.S., deve rendere conto solo all’Azienda e perciò usa tutta l’enfasi che il regime gradisce ed incoraggia..
Comunque, come è facile immaginare, questo cordone ombelicale tra regime e nuova Parrocchia salesiana diventa prezioso, per ottenere ascolto ed aiuto in altissima sede, per affrontare la situazione certo non facile del lavoro pastorale in una popolazione ancora disgregata ed in via di formazione.
Così in un “Promemoria presentato al Duce per mezzo del Parroco di Predappio”, come è precisato a penna in testa al dattiloscritto, il Parroco don Gasbarri in data 30 luglio 1937-XII si richiama alla responsabilità di Mussolini nella venuta dei Salesiani nella bonifica, perché ora vengano assegnati in qualche modo i mezzi necessari alla loro azione, che ha, vi si dice, finalità insieme religiose e civili: “L’Opera di Don Bosco ha assunto la Parrocchia di Mussolinia per soddisfare un desiderio espresso in alta sede in nome di S.E. il Capo del governo.” Poi, sottolinea, tenendo conto dell’interlocutore, che, come del resto è vero, “ Il loro [dei Salesiani, n.d.r.] compito non è più strettamente religioso ma deve proporsi altre finalità di carattere morale e sociale.
Si tratta di rifare delle anime.” La popolazione invece “sente molto forte l’attaccamento spirituale agli ambienti di provenienza” Due sacerdoti, Parroco e Viceparroco, dunque non bastano. Tanto più che, come spiega una lettera manoscritta allegata al Promemoria ed intestata al romano Istituto Pio XI “la
vasta estensione del terreno bonificato e la
conseguente disseminazione dei coloni richiederebbe nelle feste un
personale triplicato”
L’analisi è esatta. La distribuzione della popolazione agricola nei poderi, se da un lato è garanzia di una razionalità colturale e di una conseguente produttività ben superiori a quella media della campagne sarde, Campidano compreso, dall’altra impone forme capillari e diffuse di intervento per l’amalgama culturale. Ecco perché, aggiunge la lettera “si invoca dalla munificenza del Duce” un qualche sistema che consenta ad un altro manipolo di sacerdoti salesiani di insediarsi nella nuova sede e possa integrare l’azione dei due già arrivati. Il problema era quello della sussistenza di questi ulteriori arrivi, visto che le congrue di legge bastavano appena per due.
Ma don Gasbarri un’idea l’aveva: si trattava di istituire a Mussolinia una Casa o Istituto ginnasiale inferiore ( una scuola media, insomma) per l’aspirantato sardo al sacerdozio salesiano, cui si sarebbero uniti come allievi esterni molti ragazzini di Mussolinia. E ce ne sarebbero, spiega il Promemoria,, data la folta presenza in bonifica di “ impiegati, funzionari, professionisti”, di fatto a quei tempi gli unici, come si sa, che avessero rampolli vocati a successivi studi liceali.
Così era trovata la formula che avrebbe consentito ad un maggior numero di sacerdoti “ di intraprendere l’azione spirituale, senza gravarne il costo sugli elementi locali”, del resto poco propensi a largheggiare ulteriormente, S.B.S. compresa, “che ha fatto donazione della Chiesa, della Parrocchia, dei suoli, della dote” ma “dice di non essere più in grado di attivare altre provvidenze”, nonostante gli elogi rivolti all’opera dei religiosi in bonifica. “ Si potrebbero “ suggerisce il Promemoria,”concentrare una cinquantina di ragazzi provenienti dalle varie parte della Sardegna e cinque o sei sacerdoti professori. Il Collegio aspirantato potrebbe essere aperto come esternato ai ragazzi di Mussolinia . I suoi sacerdoti professori nelle ore di libertà e nelle feste coadiuverebbero il Parroco e il Viceparroco …a portar messa in tutti i centri dove si riuniscono i coloni.”
In verità don Gasbarri avrebbe voluto esporre di persona alla munificenza del Duce questo progetto. Ma evidentemente l’alto patronato del Capo non bastava per rendere immediato e personale il filo diretto con i vertici del regime, come dimostra un biglietto intestato Segreteria del Duce a firma del Segretario particolare Osvaldo Sebastiani, che, rispondendo a lettera del 7 maggio, informa il Reverendo che “il Duce si trova nell’impossibilità di concedere l’udienza richiesta. Se crede, Ella può però esporre per iscritto quanto avrebbe voluto riferire a voce senza che per questo Le venga meno – nei limiti del possibile – l’interessamento del Duce.”. Detto fatto: parte il Promemoria sul Collegio aspirantato munito dei conforti del Parroco di Predappio e dell’Istituto Pio XI di Roma.
E Ginnasio inferiore fu.
4. L’azione pastorale a Mussolinia.
Per la verità l’azione salesiana di costruzione interiore di un “ nuovo popolo” non partiva da zero.
Prima di don Gasbarri e di don Valle, a partire dal 1929 si era succeduta una serie di cinque Parroci, che avevano già saputo sviluppare tra i coloni in arrivo proprio a partire da quella data un’attività capillare e coinvolgente, se è vero che dal solito, puntualissimo periodico aziendale emergono dettagli che rivelano capacità organizzative e forte partecipazione a riti e festività.
Così da “Brigata Mussolinia” del 15 marzo ’34, all’incirca due anni prima della venuta dei Salesiani, veniamo a sapere che un comitato formatosi per raccogliere risorse in vista della costruzione di un altare laterale nella chiesa parrocchiale, era riuscito a raccogliere 1169 lire tra incassi della filodrammatica, vendita di gelati in due domeniche e ricavato di una lotteria, insomma, come viene precisato, un terzo della somma occorrente. Tra l’altro, per inciso, si noti che una filodrammatica non si mette in piedi come una lotteria ma presuppone continuità di prove, impegni di allestimento scenografico, attenzione alla scelta delle pièce, per elementari che siano.
Analogo segnale di continuità organizzativa abbiamo da una notizia relativa al Natale del ’34, quando, come si legge nel foglio del gennaio successivo, un gruppo di “pueri chantores (sic)” si esibisce nel canto gregoriano durante la messa solenne. Risulta (Brigata Mussolinia, 15 febbraio 1935) funzionante il gruppo delle Dame di San Vincenzo de’ Paoli presieduto dalla Signora Erminia Agnetti, consorte del Podestà nonché direttore generale della S.B.S. (di lì ad un anno, come si legge nel fascicolo del 15 febbraio ’36, le dame, anzi le Damine, sarebbero poi state toccate dall’alto onore di essere presiedute con condiscendente degnazione dalla Signora Paola Casini in persona, la consorte del Presidente della Società!)
E tuttavia la venuta dei Salesiani porta l’attività pastorale, accompagnata dalla implicita diffusione di cultura anche profana, ad un livello di sistematicità e di penetrazione prima impensabile.
Basta scorrere il “Libro storico della Parrocchia” e si può constatare che l’organizzazione parrocchiale si consolida in modo capillare, tanto da non entrare in crisi neppure negli anni della guerra.
Nel ’40 è ancora in grado di raccogliere denaro per l’acquisto di un organo da situare nella chiesa parrocchiale e lo strumento arriva il 15 aprile 1942, pur con le immaginabili difficoltà di trasporto attraverso il Tirreno insidiato dalla marina inglese. Nel luglio del ’42 la Parrocchia organizza una colonia elioterapica per i figli dei mezzadri, alla quale “ non manca” precisa il Libro parrocchiale “la assistenza religiosa”.L’8 dicembre, in occasione della festa dell’Immacolata viene tenuta la tradizionale “accademia musico.letteraria” propria in circostanze del genere di ogni Casa salesiana. E si riesce a tenerne un’altra il 31 gennaio successivo (il 1943: ritirata dalla Russia …campagna di Tunisia… sbarco alleato (in Sicilia o in Sardegna?)…bombardamenti di Cagliari…sfollamenti…) in occasione della festa di don Bosco.
Intanto sempre nel gennaio del ’43 si apre la cosiddetta “Crociata catechistica”, in base alla quale il catechismo è insegnano in ogni strada della bonifica dalle giovani di Azione cattolica una volta la settimana. Naturalmente la Parrocchia è vicina alle famiglie nelle ansie per i loro uomini in armi: già il 26 gennaio 1941 in chiesa il parroco, don Piemontese, legge ad uno ad uno i nomi dei parrocchiani al fronte abbinandolo al nome di un bambino o di una bambina che ogni giorno avrebbero pregato per lui. Nell’aprile del 1943 viene celebrata la Pasqua del soldato.
Un’organizzazione salda, insomma, che era capace di non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà crescenti dovute alla guerra, tanto è vero che nel 1942 l’azione intelligente dei suoi sacerdoti era riuscita a raccogliere nelle associazioni cattoliche 890 iscritti. Nel triennio 1940 – 42 c’erano state rispettivamente 9.000, 23.000 e 25.000 comunioni: evidentemente l’aggravarsi delle condizioni generali e individuali derivante dalle sconfitte militari stringeva i fedeli alla loro chiesa. Nel medesimo triennio sono state distribuite 73.000 copie di pubblicazioni dell’Azione Cattolica a soci di tutte le fasce di età. Non basta. Era disponibile anche una biblioteca parrocchiale “di oltre seicento volumi”
Probabilmente giova ancora alla tenuta dell’organismo sociale la persistente correttezza di rapporti tra S.B.S. e Casa salesiana, ognuna delle quali nel proprio ambito vi è potentemente innervata Ed ecco la Società stanziare qualche fondo per favorire nuove unioni matrimoniali, lasciando aperta la porta mutatis mutandis ad un irrobustimento da parte del Podestà Agnetti delle risorse destinate a questo scopo: e chi avrebbe potuto dubitare che questo adeguamento dell’Amministrazione comunale ci sarebbe stato?
5. La “vera sociologia cristiana” lievito di una nuova presenza salesiana
In realtà però qualche cosa con la venuta di don Piemontese doveva essere impercettibilmente cambiato, nel senso che doveva essere molto diminuito il tasso di compromissione con il punto di vista del regime e con la Società che, una volta incorporata nel parastato e presieduta da Casini, ne era diventata la longa manus economica sul comprensorio. Non si trattava, beninteso, di disimpegno dal sociale, di rifugio entro il cerchio stricto sensu dell’Istituzione ecclesiale ma piuttosto del chiarirsi graduale di una nuova idea di società e di cittadinanza non più subordinata alla “munificenza” del Duce (Rapporto Gasbarri, 1937) o al “bene che ci porta” il Presidente S.B.S. (primo numero di “Brigata Mussolinia, 15 febbraio 1934) ma basata sulla nozione di persona soggetto di diritti inalienabili.
Non per nulla la caduta del regime il 25 luglio non lascia né nel Libro parrocchiale né nella documentazione d’archivio disponibile alcun segno di reazione se non la notizia dell’ottobre ’43 che “dopo le vicende politiche del luglio del corrente anno il Comune per disposizione governativa assume il nome di Arborea e lascia quello di Mussolinia”.Nessun rammarico insomma, neppure in riservata sede. Ma non è atrofia politica, se si pensa che l’8 maggio dell’anno successivo, mentre la penisola è corsa da alleati e nazifascisti e manca ancora circa un mese alla conquista di Roma ed allo sbarco in Normandia da parte degli angloamericani, il redattore del Libro parrocchiale puntualmente si premura di annotare che è stata benedetta “la bandiera del Partito Demo-cristiano”.
Poi prosegue con la breve notazione: “Discorso di circostanza, canto del Te Deum”: la solennità della cerimonia autorizza a pensare che il discorso sia stato pronunziato dalla più alta autorità ecclesiale dell’area, il Parroco-Direttore don Piemontese. Ma da dove potevano essere giunti stimoli in positivo così precisi ed organici? Dal gruppo romano degli ex popolari, da Gonella a De Gasperi? Si potrà dire che contatti anche precedenti il 25 luglio tramite canali ecclesiastici a prova di OVRA possono esservi stati nonostante le gravi difficoltà del traffico attraverso il Tirreno.
Del resto le degasperiane “Idee ricostruttive” sono del ’42 e possono ben essere pervenute con altro materiale analogo nell’isola a suscitarvi progetti politici ed organizzativi tanto innovativi. Oppure persistevano tra centro e nord Italia occupati e Regno del sud anche insulare canali clandestini di comunicazione che riuscivano già a stimolare scelte che non potevano non essere consapevoli e cioè basate su contatti e letture effettuati in via non ufficiale negli anni precedenti.
E continua capillare e partecipata l’attività educativa: per esempio il Libro parrocchiale documenta che nel luglio del ’45 “si è iniziata la diffusione di foglietti di propaganda che mirano a confutare i più grossolani errori che intaccano specie ai nostri giovani la dottrina della Chiesa”.
Nel ’46, mentre si celebra il decennale della presenza salesiana in bonifica sembra trascorso un secolo dai tempi in cui nelle cerimonie si inneggiava al Papa, al Re ed al Duce. Ora (31 marzo) “ si lavora per le elezioni amministrative che sono coronate dalla vittoria della D.C.”.Segue una breve postilla: “.Un plauso all’Azione Cattolica”. Evidentemente il migliaio di iscritti ai vari settori dell’A.C. nel ’42 erano diventati valanga. Valanga culturalmente aggiornata e pronta usare gli strumenti della recente libertà democratica.
E’ chiaro insomma che la Parrocchia di quella che ormai era diventata Arborea ed il suo Parroco don Piemontese in dieci anni di presenza si erano amalgamati con il loro popolo e ne valorizzavano la spinta al protagonismo sociale e civile.
6. Le lotte per la riforma agraria.
In questo quadro anche ad Arborea come nel resto d’Italia scoppia la questione della riforma agraria. Che tuttavia non si determina anche nella nostra bonifica per pura analogia di situazioni. Come dire: perché agli altri sì e a noi no? Un’analogia in questi termini qui non reggeva, perché da sempre la legislazione di esproprio e di successiva assegnazione riguardava latifondi incolti posseduti da proprietari, in genere baroni, assenteisti; qui invece era stata costruita una grande azienda la cui produttività non temeva paragoni con il resto della Sardegna.
Il fatto è però che i mezzadri S.B.S. covavano nella loro memoria collettiva il ricordo che il loro primo Presidente, Giulio Dolcetta aveva sempre parlato loro di conclusiva assegnazione delle terre previo pagamento di un riscatto.
Il ricordo persistente di questo antico impegno è attestato da un modulo ciclostilato e destinato alla firma dei singoli mezzadri, che ho ritrovato tra l’altro nell’Archivio salesiano. Purtroppo esso non reca intestazione ma presumibilmente era della Lega dei mezzadri che guidava la lotta di rivendicazione dei poderi ed era indirizzato alla Commissione consiliare speciale per il problema di Arborea presso il Consiglio regionale della Sardegna.
Esso in apertura recita:
“Il sottoscritto mezzadro alle dipendenze della Società Bonifiche Sarde dichiara:
1°) di essere vissuto in Arborea con il miraggio del possesso della terra”
L’esigenza di entrare in possesso del podere è dunque preliminare ed antica quanto l’immigrazione in bonifica. Ed era un miraggio alimentato da parole di Giulio Dolcetta, come attesta un manifestino rivendicativo dei mezzadri allusivamente grato all’antico Presidente, il cui allontanamento nel ’33 viene qui interpretato, invero con ingenua, passionale faziosità, come ritorsione da parte della dittatura d’anteguerra al suo liberale progetto di finale assegnazione delle terre.
Ma Dolcetta intendeva davvero concludere così l’esperienza di bonifica ? Certamente sì. Basta consultare nell’archivio storico dell’allora Banca Commerciale Italiana, la Comit per gli addetti ai lavori (ora Banca Intesa), presso quella che allora era la sua sede centrale nella città ambrosiana, il “Promemoria sullo stato e sul programma della S.B.S.” inviato da Dolcetta al Consiglio di Amministrazione della Bonifiche Sarde nel giugno del 1922 e vi si leggerà: “[la Società Bonifiche Sarde] …trasformerà con meno di 40-45 milioni, forniti dallo Stato, i suoi 8000 ettari in una zona irrigua completamente dotata che non varrà certo meno di L. 10.000 ad ettaro, ossia di 80 milioni, mentre ne sarà costata, compreso l’acquisto meno di cinquanta. Sarà questo il vero utile dell’affare. La trasformazione procederà per gradi in modo che dei grandi poderi pronti per la vendita saranno disponibili man mano a cominciare dal 1926-27”.Dunque almeno fin dal giugno (non dall’ottobre, tanto meno dal fatidico 28 ottobre) del 1922 l’ingegnere vicentino intende far coincidere l’interesse degli azionisti S.B.S. (”il vero utile dell’affare”) con quello di una classe direttocoltivatrice di nuova formazione. E senza dubbio ha in mente una proprietà contadina diffusa, visto che nelle righe successive del medesimo Promemoria egli precisa:”La vendita a buone condizioni sarà facilitata dal fatto che l’acquirente rileverà anche la quota corrispondente dei mutui governativi, che rimborserà lentamente alle vantaggiose condizioni accennate .Dovrà così sborsare effettivamente all’acquisto la metà circa del prezzo complessivo”.E quali sono le vantaggiose condizioni accennate? L’ ha appunto esposto prima: “In Sardegna,anche più che in altre regioni d’ Italia,lo Stato aiuta il bonificamento agricolo, le costruzioni rurali, ecc. con mutui di favore al 2,50 % ammortizzabili in 40 anni e che si garantiscono con ipoteca sui terreni”.Non sono, mutatis mutandis, le procedure escogitate nel 1954?
I mezzadri dunque sentivano riecheggiare nella loro memoria i riflessi di questi progetti, quando, caduto il fascismo e terminata la guerra, chiedevano a gran voce un ritorno al disegno originario della bonifica: la mentalità fattuale dell’agricoltore metteva la nuova vita democratica in corposa simbiosi con la piccola proprietà contadina.
Avrebbero potuto i Salesiani essere estranei a questa dinamica interna del loro popolo? Avrebbero potuto restare sordi a prospettive che in esso erano state introiettate dal conterraneo Dolcetta, vicentino se non anagraficamente (era nato a Castelfranco Veneto, dove il padre era direttore di banca) quanto meno per vissuto? E Vicenza voleva dire, per chi vi fosse nato e acculturato a cavallo tra XIX e XX secolo, assimilazione della cultura economica dei cattolici Luzzati e Lampertico. Curioso per noi in qualche modo soprattutto il caso di Lampertico: fu suo insegnante nel Liceo vescovile della città Giacomo Zanella, il ben noto sacerdote cantore della scienza e conoscitore della Sardegna, sulla quale ha scritto pagine attente che si concludono con considerazioni severe sull’Oristanese paludoso e malarico. Il suo allievo poi fondò la Banca Popolare di Vicenza, intendendola come connettivo finanziario di una politica di promozione sociale dei deboli.
Non mi pare del tutto arrischiato intravedere un nesso tra l’energia riposta da Giulio Dolcetta nell’affrontare i miasmi malarici della piana terralbese e questo humus culturale assorbito (fino alle zanelliane memorie sarde e oristanesi) dal padre Antonio, che della Popolare fu per anni l’emblematico direttore generale dopo il rientro da Castelfranco, dove ne aveva curato una filiale. Ecco perché con questo entroterra culturale e probabilmente anche affettivo Giulio Dolcetta, venuto in Sardegna, deve essere riuscito ad appropriarsi con prontezza sul piano esecutivo dei programmi di risanamento idraulico e fondiario del cagliaritano Pierazzuoli e del terralbese Porcella.
Ed i suoi mezzadri arborensi non si erano dimenticati di questa simbiosi affettiva ed intellettuale del loro antico presidente alle prese col progetto irriguo sardo. Non per nulla ancora nei giorni del trionfo sulla S.B.S. di Casini in un volantino datato con significativa sensibilità cristiana Festa dell’Assunta e cioè laicamente 15 agosto 1954 (insomma siamo in pieno Ferragosto), la Lega dei mezzadri, che aveva guidato la lotta, Parroco-Direttore salesiano in testa, oltre a salutare nei dirigenti Etfas (ora Ersat) “uomini nuovi e paterni”, la cui venuta a conoscere la terra da assegnare segnava il “tramonto di residui di feudalesimo”, li dichiarava “apostoli di vera sociologia cristiana” Oserei affermare che quella datazione col santo del giorno e nient’altro nonché la firma del parroco “prof. Don Cioeta” in testa al gruppo dei capi del movimento mezzadrile (per l’esattezza Antonio Marras, Giorgio Bisagna, Beltramo Beltrami, Gino Durigan, Ottorino Panetto, Secondo Zago) sono evidenze cattoliche nient’affatto formali, perché poggiano su quell’accenno alla “vera sociologia cristiana”, che a sua volta mi pare l’aspetto culto e consapevole del diffuso sapere dei mezzadri plasmato da chi li aveva chiamati in Sardegna “con il miraggio del possesso della terra” così coerente con la cultura vicentina e domestica e poi lavorato in profondità dalla decennale presenza dei Salesiani.
La D.C. nazionale in parte esitava. In particolare tergiversava Fanfani: chi non ricorda qui tra gli anziani il suo fischiatissimo discorso dal palazzo comunale, col quale in pratica rimandava a tempi più maturi il “matrimonio” tra i mezzadri e la terra?
Eppure aveva forte suggestione sulla D.C. sarda e su quella romana, oltre alla compattezza della popolazione rurale più avanzata dell’isola, il richiamo del nuovo Parroco don Cioeta ai “principi cristiano-sociali” (se ne veda la lettera a De Gasperi del 14 novembre ’53), con cui traduceva in termini consoni alla forma mentis della classe dirigente cattolica il diffuso sentire locale.
Don Carlo Cioeta, giunto ad Arborea l’11 ottobre ’53 ma entrato in carica, come attesta il Libro parrocchiale, il 20 (don Piemontese, suo predecessore, aveva lasciato definitivamente la bonifica il 9 dello stesso mese) dichiara subito il suo proposito di seguire con energia le orme di chi lo aveva preceduto. Il quale peraltro non cessa di seguire la questione Arborea, se ancora in data 24 marzo ’54 manda una non meglio precisata lettera ad Antonio Segni: per quanto non se ne conosca il contenuto, di che cosa avrà potuto parlare l’ex parroco, perché il parlamentare sassarese ne parlasse nel post scriptum di una sua lettera sull’affare Arborea?
Per la verità il nuovo parroco non aveva ancora posto piede nella bonifica (lo farà l’11 di ottobre, come, e lo abbiamo visto sopra, attesta il Libro parrocchiale e come egli stesso scrive nella lettera a De Gasperi del 28 successivo), che già il direttore generale S.B.S. Giuliani con un breve biglietto gli rivolge un cortese benvenuto, cui il neoparroco risponde dichiarando la propria disponibilità alla reciproca conoscenza.
Ma l’inversione di atteggiamento del nuovo Parroco è vertiginosa: fra il 14 ed il 28 novembre parte dalla parrocchia una raffica di lettere indirizzate al ministro Fanfani, al cagliaritano on.le Antonio Maxia, a De Gasperi, segretario nazionale della D.C., all’”Eccellenza” Giuseppe Pella, Presidente del Consiglio dei Ministri, a Piero Malvestiti, Ministro dell’Industria.
Ma già il 25 ottobre, cioè appena 14 giorni dopo l’arrivo ad Arborea e 5 dopo l’insediamento, don Cioeta riteneva di avere le idee chiare: scriveva infatti al ministro Segni, il protagonista della politica agraria governativa degli anni recenti, per comunicargli il proprio sconcerto ed il proprio sdegno per quanto aveva visto nei pochi giorni del suo soggiorno arborense. Nella lettera, dopo aver accennato, appunto, alla brevità della propria esperienza in bonifica, spiega di aver “dovuto constatare i gravi disagi e la completa sfiducia di questi miei figli spirituali…”. Poi fa la propria diagnosi della situazione economica dei mezzadri: “il benessere, che pare denuncino la floridezza della zona bonificata, le accurate culture, le rese soddisfacenti, è tutta un’apparenza, perché il duro lavoro di due terzi della giornata nella logorante bonifica, non è remunerativo”.
Come si vede, don Cioeta attacca al cuore il sistema mezzadrile, storicamente fonte di promozione economica e sociale per le popolazioni rurali dell’Italia centro-setttentrionale, ma orami inetto ad assicurare la remunerazione della parte coltivatrice dell’azienda ed in fondo persino per la proprietà. E don Cioeta denuncia l’ingiustizia dei dirigenti S.B.S. ormai sorpassati, perché sopravvissuti dell’epoca fascista, quando nella seconda cartella del fluviale dattiloscritto afferma che “i mezzi hanno prevalso sulla giustizia” Oppure il 18 novembre successivo scrive a Fanfani: “Oggi è l’intero popolo che reclama Giustizia (con la iniziale maiuscola, si noti bene). davanti a Dio e davanti agli uomini di Governo”
E’ rivelatrice, d’altra parte, della straordinaria sintonia che emerge tra parrocchia, lega dei mezzadri e sezione locale della D.C. guidata da Antonio Marras, segretario di sezione e, in alcune fasi cruciali dell’operazione, Sindaco di Arborea. e come tale decisivo per il coordinamento dell’operazione. Certo sarà importantissimo l’esame della documentazione completa della sua azione in quegli anni.
Ma la sintonia fra le tre strutture prima indicate si percepisce già da dettagli esteriori, se si pensa che ad esempio l’intera cartella dell’archivio parrocchiale intitolata “Lotta per l’assegnazione delle terre” è intestata “Comune di Arborea” e che le raffiche di lettere firmate da don Cioeta sono concomitanti a quelle del sindaco: per esempio il 10 novembre ’53 è Marras, che si firma come segretario di sezione, a ricorrere a De Gasperi, segretario nazionale della D.C, mentre il parroco gli scrive il 14 dello stesso mese.
Entrambi poi si richiamano alla Giustizia (sempre con l’iniziale maiuscola), tutti e due pongono sotto accusa la dirigenza S.B.S, come arretrata e inamovibile, perché protetta da “amici” della D.C., concorde è il riferimento a quello che ad essi appare quasi un monstrum politico messo in piedi dai machiavellici dirigenti S.B.S., quando nelle elezioni amministrative del 25 maggio 1952 con un’operazione, diciamo così, “milazziana” ante litteram avevano fabbricato una lista di comunisti e missini, ai quali ultimi soprattutto, aggiunge il parroco, danno “alimento e autorevole appoggio”; mentre nella già citata lettera a Segni., che apre le ostilità, il Parroco include nella lista di concentrazione antidemocristiana anche i socialisti.
La sintonia tra don Cioeta e Marras è tale che il primo, scrivendo ai referenti regionali e nazionali della lotta, fa suo lo scoraggiamento dei “nostri ( cioè suoi e dei destinatari delle sue missive, n.d.r.) uomini” o ”nostri amici”, amministratori vessati e ostacolati nell’esercizio dei loro doveri civici; e tale paralisi amministrativa raggiunge il suo culmine nell’acquisto del complesso edilizio cosiddetto ex GIL da parte delle Bonifiche Sarde “al fine di trasformarlo in sala da ballo ed in ritrovo di mondani e poco onesti divertimenti e in odio allo stesso Comune che, prima della Società, aveva chiesto la compra del detto locale, per fini puramente scolastici ed educativi”.
E’ chiaro il significato della mossa della Società: offrendo ai cittadini soprattutto del contado un luogo di intrattenimento autonomo dalla parrocchia, sperava di sottrarli all’influsso suo e delle organizzazioni cattoliche, partito compreso. Ricorrente è poi in Parroco e Sindaco la richiesta di ispettori ministeriali non prevenuti a favore dell’azienda e ciechi davanti a quello che Sindaco e Parroco considerano l’evidenza: la S.B.S., checché ne dica il decreto ministeriale che l’ha dichiarata “azienda modello”, escludendola perciò dallo scorporo, tale invece non sarebbe e rientrerebbe dunque in pieno nella legge di riforma agraria: non si tratterebbe soltanto della non remuneratività delle giornate lavorative di 16 ore effettuate dai mezzadri, non è solo questione di impiego di fanciulli e giovani donne in quegli interminabili lavori (già don Piemontese a suo tempo,come mi ha ricordato un’anziana testimone di quei giorni, era insofferente per il lavoro agricolo svolto in bonifica dalle donne e soprattutto dalle ragazze, che cercava di sottrarre a queste incombenze extradomestiche coinvolgendole nelle attività delle associazioni parrocchiali); né si trattava solo del “salario di fame” degli operai agricoli.
C’era di mezzo la inadeguatezza delle abitazioni alle famiglie dei mezzadri, che si volevano, peraltro, numerose e che erano costrette, scrive don Cioeta, a dormire promiscuamente anche in sette in una sola stanza. E come risponde l’azienda? si chiede don Cioeta. “Non fate figli” informa inorridito il sacerdote. Insomma Sindaco e Parroco chiedono al competente ministero l’invio di ispettori imparziali, che, come suggerisce don Cioeta genericamente sulle prime, debbono poter girare liberi in bonifica; altrove però don Cioeta si spiega meglio: gli ispettori dovrebbero aggirarsi per poderi e casali in veste salesiana, insomma travestiti da preti.
E’ chiaro che ispezioni, documentazione prodotta dalla Lega mezzadrile e certificati dell’Ufficiale sanitario, cioè del dott. Vincenzo Giordano, peraltro Presidente della locale Azione Cattolica, attestanti la cattiva qualità delle installazioni della conclamata “azienda modello”avrebbero dovuto nell’immediato provocare la rimozione del Presidente Casini e dei suoi più diretti collaboratori, primo fra tutti il dott. Giuliani, direttore.
E nel tardo inverno del ’54 tanto tuonò che parve dovesse davvero piovere.
Casini era partito da Arborea, per, si diceva, non più tornarvi. Invece, dopo qualche giorno l’esterrefatto don Cioeta se lo vede rientrato in sede più forte che mai, a quanto pare. E ne scrive ad Antonio Segni, il quale lo rassicura: “…ricevo la protesta per il ritorno di Casini ad Arborea. Quel signore non ha alcuna sensibilità ma il suo tempo è finito. Ne parlai venerdì scorso con ll Ministro Medici. In settimana credo che si potrà concludere”: E’ il 18 maggio 1954.
In realtà don Cioeta (al pari di Marras ovviamente, suppongo) si rendeva conto che i mezzadri avevano vinto , benché tremori e soprassalti, come si intravede da queste parole di Segni, continuavano ad assillarlo. Le due parti infatti avevano giocato e tuttora giocavano a provocare reciproci trasferimenti. Ad esempio a Casini ancora il 30 giugno quasi riusciva con i buoni uffici del prefetto la sostituzione del segretario comunale, nonché segretario di zona della D.C., dott. Bisagna, trasferito nella non agognata, natia Sicilia, con il segretario comunale di Ogna (Padova): era un bel risultato per la S:B:S., perché di colpo veniva spostato un elemento importante dell’ organigramma della Democrazia Cristiana locale.
Nella stessa mattinata la Giunta comunale, riunita d’urgenza, respinge unanime l’insidiosa proposta mentre don Cioeta a sua volta il 4 luglio successivo, presa carta e penna, scrive a Mario Scelba, Presidente del Consiglio in carica, per chiedergli un intervento a salvaguardia del dott. Bisagna “nostro ex allievo, dell’A.C., del Comitato prov..le della D.C., è stimato dalla popolazione oltre che per i servizi resi al Comune, per il carattere socievole verso tutti e per le sue capacità di funzionario retto e preparato” La preparazione viene all’ultimo posto, come si vede, ma certo il dott. Bisagna sarà stata l’ottima persona che qui viene descritta.
Il colpo di coda della vecchia dirigenza S.B.S. fu probabilmente la sostituzione dell’ indomito don Cioeta con don Aldo Maria Conti in data 6 ottobre 1954..Aveva evidentemente ragione la Lega Mezzadri ad avvertire in un suo volantino gli affiliati di collaborare con i nuovi dirigenti S.B.S. ormai emanazione Etfas a “sventare a stroncare tentativi di sabotaggio”, La tensione insomma era ancora altissima, tanto è vero che l’Arcivescovo di Oristano Fraghì il 7 agosto indirizza a don Cioeta, ancora Parroco, ancora evidentemente sulle barricate, un invito al rasserenamento dall’alto della vittoria ormai sostanzialmente acquisita. Comunque, come ho detto, il 6 ottobre don Cioeta parte.
Quei mesi incandescenti avevano fatto risaltare in lui insospettate energie, generoso dono di sé per un’idea di liberazione sociale poggiata sul solido incardinamento di una Chiesa nel corpo sociale dove era stata chiamata ad operare! Tra l’altro, motivando con le ragioni della dottrina sociale cattolica la lotta per l’assegnazione dei poderi, don Piemontese e don Cioeta avevano ispirato probabilmente l’eccezionale coerenza interna del gruppo dirigente dei mezzadri, che si riverbera poi anche nello spirito cooperativo posto alla base del sistema economico avviato col 1 gennaio ’55.
Solo qualche screzio di dettaglio affiora dalla corrispondenza: così il Parroco invoca la comprensione dell’on.le Antonio Maxia in occasione di un imprecisato equivoco insorto fra i due: “Dimentichi, eccellenza, involontari torti originati dal particolare nerissimo del momento e continui ad essere il nostro amico sincero e protettore. Con tali sentimenti saremo più fratelli di prima” (lettera del 26 luglio 1954). O come quando in un biglietto del 25 maggio ’54 l’on.le Covacivich in veste di sindaco di Arborea si assume la responsabilità di un articolo giornalistico, che aveva provocato le rimostranze del Parroco.
Screzi , semplici screzi marginali, che non scalfiscono la sostanziale compattezza del gruppo, che meritò appieno dunque la visita dell’on. Giuseppe Medici, Ministro dell’Agricoltura il fatidico 6 giugno ’54, cui il Libro parrocchiale dedica parole di una puntualità fuori del comune, rivelatrici della straordinaria tensione di tutta la comunità salesiana in sintonia con la gente della bonifica: “il 3 aprile [1954], di sera arrivò conferma del passaggio all’Etfas della S.B.S.. E’ un dono della Madonna”Cos potrebbe dire di più il cronista salesiano, tenuto conto della sensibilità mariana che caratterizza i figli di don Bosco?
Il 6 giugno, festa di Pentecoste, “ alle 7,30 viene l’Arcivescovo per le Prime Comunioni e le S.S. Cresime a oltre 130 bambini…Alle ore 9,30 è venuto il Ministro Medici tanto atteso per la comunicazione della fine della S.B.S,. parla dal Comune, mentre il Presidente [della Regione] Alfredo Corrias, l’ex Sindaco Covacivich, S.E. l’on, Maxia e quindi, brevemente, il Parroco parlano in Teatro”.
Poi non c’è altro sul Libro parrocchiale fino al primo ottobre, giorno di sostituzione, come si è visto, di don Cioeta con don Conti. Niente altro tranne un grato telegramma del Sindaco Marras a don Cioeta nell’ “ora del trionfo”
Ecco, questi quasi venti anni 1936- 1954 sono stati il cemento che ha reso indissolubile il legame tra Comunità di don Bosco e popolo di Arborea.
Arborea, 20 gennaio 2006
Leonardo Mura, vecchio oratoriano